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L’Associazione Isaiah Berlin è stata fondata a Santa Margherita Ligure nel 2017 da un gruppo di docenti universitari di Genova e di Torino.

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Festival della Politica 24-25 agosto 2024

Festival della politica 2024

Perché un Festival della politica dedicato al tema

La democrazia liberale

e le altre

24 – 25 agosto 2024

Ore 21 Piazza Caprera

Santa Margherita Ligure

Tema del Festival della politica organizzato dall’ASSOCIAZIONE CULTURALE ISAIAH BERLIN

Nel 1962 Vittorio de Caprariis e Nicola Matteucci portarono a conoscenza di un vasto pubblico di lettori colti i classici della democrazia moderna; La collana di agili volumetti –in tutto venti – che avevano fondato per le Edizioni del Mulino, cominciava dai  Costituzionalisti inglesi a cura di Nicola Matteucci e finiva con Il pensiero politico nell’età di Roosevelt a cura di Federico Mancini. È non poco significativo l’elenco degli autori trattati: Locke, Montesquieu, gli illuministi francesi, Hume, Kant, Humboldt, Hamilton, Jefferson, Constant, gli scrittori dell’età di Jackson, Tocqueville, i liberali italiani, i liberali vittoriani, Mazzini, Cattaneo, Emerson, gli scrittori dell’età di Lincoln e quelli dell’età di Wilson. Norberto Bobbio, scorrendo i titoli della collana espresse ai due promotori alcune perplessità: sarebbe stato meglio, a suo avviso, parlare di “classici del liberalismo”; comunque se proprio si voleva mantenere nel titolo la “democrazia”, faceva rilevare, sarebbe stato necessario dedicare un volumetto anche a Rousseau. Credo che Bobbio avesse sostanzialmente ragione anche se, dal suo punto di vista, una collana di classici del liberalismo difficilmente avrebbe potuto includere Giuseppe Mazzini, sicuramente democratico ma critico severo del liberalismo del suo tempo identificato, a torto o a ragione, con l’individualismo e con l’utilitarismo.

Va detto che, alla luce delle teoriche liberali oggi prevalenti nell’area euro – occidentale, se de Caprariis e Matteucci avessero seguito il consiglio di Bobbio, avrebbero dovuto cancellare almeno due volumetti, quelli su Hamilton e il New Deal roosveltiano, che non sembrano godere buona stampa tra i liberali del nostro tempo, sempre meno storicisti e sempre più libertari. (Qualcuno è arrivato a definire Alexander Hamilton un protofascista). Non pochi filosofi politici ed economisti ritengono che il liberalismo sia incompatibile col dirigismo socialdemocratico, una via che porta alla servitù.

Il tema del Festival della Politica di quest’anno, La democrazia liberale e le altre, non entra nel merito dell’annosa disputa tra liberalismo e democrazia – valori che i due curatori del Classici della democrazia moderna – non esitavano, sostanzialmente, a identificare ma intende, coerentemente con la sua ispirazione empirista e pluralista, fare una sorta di mappa dei regimi democratici esistenti nel mondo. È scontato dire che la democrazia, il governo del popolo, è ormai, nei cinque continenti, il fondamento della legittimità di ogni regime politico la democrazia, come la intendiamo e pratichiamo noi, è un’eredità dell’universalismo cristiano e illuminista che difficilmente verrà ripudiata dalle generazioni future. Anche i più efferati dittatori – il Novecento ce ne ha mostrato innumerevoli esempi – parlano a nome del popolo e per il popolo e spesso e volentieri indicono referendum dimostrativi, volti a riconfermare l’investitura popolare.

Per quanti abitano in quello che un tempo si chiamava il “mondo libero” non “è alcun dubbio che democrazia e dittatura siano incompatibili ed è superfluo esporre ragioni e argomentazioni in proposito. E tuttavia l’ancoraggio a valori civili, il senso delle “garanzie della libertà” e della laicità dello Stato portano ad analisi, a congetture, a previsioni lontane dalla “realtà effettuale”. In poche parole che la democrazia (liberale) sia il peggiore dei governi possibili eccettuati tutti quanti gli altri, è una verità profondamente impressa nell’animo occidentale ma siamo davvero sicuri che nelle altre parti del mondo, la pluralità dei partiti, delle credenze religiose, la separazione tra diritto e morale, tra economia e politica, tra religione e scienza corrispondano alla effettiva “volontà dei popoli”, ai loro “ordini morali”, alle loro tradizioni? In realtà, prendere atto che esistono democrazie non liberali può essere importante per la sopravvivenza dell’Occidente e dell’Europa. Nel senso riflettere seriamente sulla “diversità” non significa riguardarla necessariamente come una minaccia ma elaborare strategie di rapporti tra stati e nazioni in grado di non trovarsi impreparati ove la diversità diventi una effettiva minaccia.

Il termine “consenso” fu la parola chiave della rivoluzione copernicana che la storiografia revisionista (Renzo De Felice in primis) operò nell’analisi e nella comprensione del regime fascista.

Il problema che ci sta davanti, quando ci confrontiamo con le democrazie non liberali, è anche qui il “consenso”. Che ci siano componenti di violenza e di sopraffazione nei dittatori “democratici” asiatici e africani – come ve n’erano del resto nel movimento fascista che s’impossessò dello Stato e ne travolse in gran parte gli istituti liberali – è scontato. Erdogan e al – Sisi, Putin e Xi Jinping, gli ayatollah e i talebani di Kabul, esercitano un potere spietato nei confronti degli avversari politici, sociali, religiosi e tuttavia nessun regime può reggersi solo sulle baionette. Se una parte consistente del popolo non si riconosce nelle democrazie non liberali – ed è disposta ad affrontare il carcere e a rischiare la vita per liberarne i vari paesi – un’altra parte, ancora più consistente, assicura ad esse un consenso che si manifesta in sfilate interminabili e minacciose contro i nemici interni ed esterni. Provare a comprendere perché questo accade è uno degli scopi del Festival della Politica 2024. Che naturalmente non è tutto incentrato sul moderno giacché la democrazia non è un’invenzione degli ultimi due secoli ma ha segnato anche il mondo antico e quello medievale. Da quest’ultimo – e in particolare dalle sue espressioni “eretiche” – deriva una componente religiosa che non sfuggì ai primi grandi osservatori della democrazia in America, da Tocqueville a Chevalier. Il governo del popolo non è nato dal giusnaturalismo razionalista – dall’idea che tutti gli uomini sono eguali e titolari degli stessi diritti tutelati con efficacia solo dalle libere elezioni dei governanti – ma dalle comunità dei credenti, raccolte in preghiera per regolare i costumi e decidere quali provvedimenti prendere per realizzare il bene comune. È la laicizzazione di quelle comunità – leggi il ripudio dell’intolleranza e del bigottismo tipici dei coloni del New England – che ha creato, nell’area euroatlantica – le condizioni favorevoli al libero sviluppo dei popoli, alle origini non solo dello “stile limitato della politica” ma, altresì, del prodigioso progresso compiuto dall’economia, dalla ricerca scientifica, dalla cultura in senso lato.

Il Festival della Politica avrà ampia diffusione massmediatica e potrà essere seguito, come sempre, su Radio Radicale.